26 Settembre 2016

Un mostro chiamato antieconomicità

di Massimiliano Tasini
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Nei propri scritti infuocati, Bartolomeo Quatraro tuonava: non sia mai che il Giudice di merito si metta a sindacare le scelte dell’imprenditore, ovviamente con il limite che esse non risultino talmente irragionevoli da risultare abnormi anche per l’uomo della strada.

Purtroppo, a dispetto di questi ammonimenti, il tema, almeno sul fronte tributario, ha preso una piega difficile da aggiustare.

L’Agenzia delle Entrate ha creato un vero e proprio filone accertativo, ed oramai non c’è accertamento sulle imprese o sugli autonomi che non contesti l’operato dell’imprenditore, “reo” di avere agito in modo antieconomico.

Una delle ultime pronunce in materia è la sentenza della Cassazione 24 marzo 2016 n. 5487, nella quale si afferma che il comportamento antieconomico, in assenza di valide giustificazioni, legittima l’accertamento su base presuntiva, ed il Giudice, che intenda avallare la tesi del contribuente, deve spiegare le ragioni per le quali la ritenuta antieconomicità non sia sintomo di violazioni tributarie.

La mia personale sensazione, ma spero di essere smentito, è che questo slogan nel tempo stia diventando uno strumento per creare base imponibile, non per facilitare la giusta necessità di intercettare l’evasione.

L’antieconomicità ha un senso quando un autocarro viaggia sistematicamente con poche paia di scarpe: chi mai ci crederebbe?

Ha un senso quando la società Alfa vende una imbarcazione alla società Beta del Gruppo a 100 per poi riprenderla in affitto al canone annuo di 20. Chi mai lo farebbe, se non fosse che è un affitto “a sè stessi”?

Ha un senso quando un prefabbricatore applica normalmente una ricarica del 60-70% e improvvisamente scende al 30%; come fa a stare in piedi, a maggior ragione se prima di tale modifica produceva utili modesti o addirittura perdite?

Ma non ha nessun senso quando si ipotizza che una consulenza costi eccessivamente; quando per penetrare un mercato un imprenditore è costretto ad investire danari sapendo di perdere per più anni, sperando di trovare una via, e, si badi bene, non sempre la trova; quando acquisisce un marchio abusato sperando di rilanciarlo ed effettua un investimento enorme.

Si dirà: ma basta spiegare perchè lo hai fatto.

Ma le aziende sono dinamiche: corrono. E devono correre, se vogliono stare in piedi. Non possono permettersi di dover tracciare sistematicamente le scelte con inutili formalismi, appesantimenti. Solo quelle più strutturate, ma anche managerializzate, ci riescono, ma con costi e sacrifici immensi, e magari non nel modo che l’Agenzia vorrebbe.

L’abbandono, progressivo ma, temo, inarrestabile, del confine della abnormità, in passato più volte tracciato dalla Suprema Corte per evitare che il problema dilagasse, rischia di rafforzare ulteriormente questa tecnica accertativa, che trova un appiglio nell’articolo 39, primo comma, lett, d), ultimo periodo, del D.P.R. 600/1973, secondo il quale l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate può essere desunta anche da presunzioni semplici, purchè qualificate, cioè gravi (non lievi), precise (non imprecise) e concordanti (non discordanti). L’antieconomicità sarebbe una presunzione grave e precisa: talmente grave e precisa da non esigere la concordanza, ovvero la presenza del terzo requisito che la Corte richiede solo e soltanto quando l’indizio non è sufficientemente grave e preciso.

Insomma, l’antieconomicità sarebbe il “tovagliometro” di tutte le attività di impresa e di lavoro autonomo: un metro per misurare se si evade.

Io credo che sia necessaria una urgente riflessione; e vorrei tanto che la Direzione Centrale dell’Agenzia delle Entrate si facesse carico di questo problema delicatissimo, che espone il mondo produttivo ad una gravissima incertezza.

Che non fa bene.

A nessuno.

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