2 novembre 2017

Meglio la voce

di Laura Maestri Scarica in PDF

Nella stragrande maggioranza delle professioni, la comunicazione interpersonale si svolge attraverso la via scritta. Buona parte del tempo la si trascorre digitando email e messaggi, e leggendo quelli che si ricevono.

L’interazione per iscritto è diventata un’abitudine così radicata, che la si usa con cronica spavalderia anche nelle interazioni personali, così come in situazioni al limite della congruenza, come ad esempio, per confrontarsi col collega la cui scrivania è a dieci passi dalla propria.

È vero che una email rimane agli atti e può essere riletta, così come un messaggio testuale può offrire informazioni consultabili anche in un momento futuro. Ma non tutti i contenuti hanno la necessità di perdurare nel tempo.

La percezione di chi sceglie di scrivere piuttosto che ricorrere ad altre modalità comunicative è in generale quella di dare un’immagine migliore di sé. Al testo viene attribuita un’ufficialità intrinseca che induce l’autore a pensare che le proprie parole lette su schermo lo facciano apparire più professionale.

In realtà, non è così: la scienza sostiene che le email non fanno emergere il meglio di se stessi, agli occhi di chi le legge.

A questa inaspettata conclusione giunge il Prof. Nicholas Epley, docente di Scienze Comportamentali alla University of Chicago Booth School of Business.

In un suo articolo pubblicato su Psychological Science, il Prof. Epley descrive il risultato di numerosi esperimenti, nei quali a persone scelte in modo del tutto casuale (ad esempio, i visitatori di un museo) è stato chiesto di valutare 18 candidati ad un posto di lavoro, attraverso una presentazione erogata in modi differenti: alcuni valutatori hanno letto un testo redatto dal candidato, altri ne hanno ascoltato una registrazione vocale, altri ancora hanno assistito ad un video; le frasi, in tutti e tre i casi, erano identiche.

Pur non variando una virgola del contenuto, il giudizio sullo stesso candidato è sempre stato migliore quando il valutatore ne aveva ascoltato la registrazione audio o video.

Ancora più sorprendente è il passo successivo di questo test: ad alcuni valutatori è stato chiesto di leggere a voce alta la presentazione scritta del candidato. Dopo aver letto il testo, lo stesso valutatore si formava un’opinione più alta del candidato, rispetto a quando lo aveva letto in silenzio.

Il Prof. Epley spiega che fattori come le variazioni del tono della voce, le pause, la cadenza e tutto ciò che rientra nel cosiddetto “linguaggio paraverbale” (cioè la modalità con cui si eroga il messaggio) permettono all’ascoltatore di entrare in maggiore sintonia con l’interlocutore, rispetto alla lettura della stessa informazione, veicolata in forma scritta.

Un ulteriore tassello alla incredibilità di questo esperimento è la totale insignificanza dell’elemento video: il giudizio sul candidato non varia se all’ascolto si aggiungeva la visualizzazione del soggetto in questione. È quindi corretto dire che per trasmettere adeguatamente il proprio intelletto, è più utile far sentire la propria voce.

Epley sostiene che per questo motivo, sarebbe opportuno non abusare dei messaggi scritti e delle email: spesso sarebbe più opportuno prendere in mano il telefono, non per “messaggiare”, ma per chiamare.

 

Comunicare bene in pubblico