Per secoli ci si è interrogati sul sesso degli angeli. Non vi era alcuna pretesa di incidere sulla vita delle persone. Non si chiedeva al mondo delle idee di toccare il mondo degli uomini.
Sull’economia sociale, invece, si è riuscito a fare di più: è stato costruito un Piano nazionale, convocando esperti, raccogliendo contributi, scrivendo documenti, individuando priorità, tracciando prospettive decennali. Tutto molto interessante. Peccato che, al momento, il Piano resti soprattutto questo: un Piano.
Quindi, si è partiti da dati e fatti concreti (l’economia sociale già esiste) ma non si atterra – per così dire – a nulla di concreto, anzi si mischiano le carte, si confondono i fini e si tacciono le cause per le quali l’economia sociale risulta utile.
Vedete che la discussione sul sesso degli angeli era almeno più coerente?
Ma andiamo con ordine.
Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha infatti esaminato un’informativa sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale.
Due aspetti: il primo è che dire “ha esaminato” è già un’esagerazione.
Nella riunione del 2 luglio, si è discusso, tra l’altro, di cose da nulla quali l’assestamento del bilancio 2026, l’attuazione di 8 Direttive europee, si è proclamato lo stato di emergenza per alcune situazioni, sono state esaminate 29 leggi regionali decidendo di non impugnarle. E, appunto, in aggiunta il Consiglio ha «esaminato il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale».
Il tutto in 34 minuti.
Capite bene che in 34 minuti – dove si è parlato d’altro – non si riesce neppure a leggere una sintesi, un riassuntino delle 44 pagine di cui si compone il Piano. Figurarsi “esaminare”, che vuol dire anche discutere, mediare, ecc.
Secondo aspetto: “ha esaminato” non vuol dire che si è impegnato a fare qualcosa. Non un decreto, non una legge, non un provvedimento immediatamente operativo. È un passaggio politico e programmatico, che rinvia a successivi atti la traduzione delle intenzioni in norme, risorse, incentivi e strumenti concretamente utilizzabili.
Ora, prima che qualcuno mi iscriva d’ufficio al partito dei nemici dell’economia sociale, meglio chiarire un punto.
Credo nell’economia sociale e ritengo sia corretto interrogarsi sul ruolo dell’impresa nella società, sul rapporto tra produzione di valore economico e produzione di valore sociale, sulla possibilità che l’attività economica non abbia come unico parametro la massimizzazione dell’utile. Penso che sia giusto mettere al centro le persone, occuparsi di chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà e costruire sistemi economici nei quali la vulnerabilità non venga considerata semplicemente un problema individuale.
E non dubito neppure della buona fede di gran parte delle persone che hanno lavorato al Piano.
Universitari, studiosi, consulenti, operatori del Terzo settore, esponenti della cooperazione e dell’impresa sociale: le persone che hanno promosso questo percorso conoscono profondamente questi mondi e vi lavorano da anni con competenza e convinzione.
Il problema, quindi, non è stabilire se l’economia sociale sia una buona idea.
Il problema è capire che cosa ce ne facciamo delle buone idee, anche in relazione all’incontro con la politica.
Il primo passo. Ma verso dove?
Di fronte all’obiezione più evidente — e cioè che il Piano, allo stato attuale, non porta con sé le norme e le risorse necessarie a renderlo operativo — la risposta è stata: è solo un primo passo.
Va bene.
Ma un primo passo verso dove?
Perché la distanza tra un documento programmatico e una politica pubblica è esattamente quella che separa l’enunciazione di un principio dalla scelta di finanziarlo, introdurre un vantaggio fiscale, modificare una disciplina, cambiare le regole degli appalti o facilitare concretamente l’accesso al credito.
Il Piano contiene moltissime proposte condivisibili: fiscalità, finanza, social procurement, inserimento lavorativo, filantropia, patrimonio immobiliare, formazione, misurazione dell’impatto, raccolta dei dati.
La domanda però resta: quali diventeranno norme? Con quali risorse? In quali tempi? Come? Quali saranno le priorità? E quali, invece, resteranno nei documenti, nei convegni e nelle presentazioni PowerPoint?
Non è una domanda provocatoria. È esattamente la domanda che dovrebbe interessare chi desidera effetti reali da un Piano d’azione dell’economia sociale.
Gli esperti e il mercato dell’economia sociale
C’è poi un aspetto del quale si parla molto poco.
Ogni volta che nasce un nuovo settore riconosciuto dalla politica nasce inevitabilmente anche un ecosistema che intorno a quel settore studia, insegna, fa consulenza, organizza convegni, produce pubblicazioni e cerca finanziamenti per la ricerca.
Non c’è niente di scandaloso.
Ma proprio perché è normale sarebbe ingenuo ignorarlo.
Se l’economia sociale diventa una categoria stabile delle politiche pubbliche, aumentano inevitabilmente gli insegnamenti universitari dedicati, i progetti di ricerca, le consulenze, gli osservatori, i centri studi, i master, gli incarichi e le occasioni professionali.
Questo non rende meno valide le idee sostenute dagli studiosi. Significa semplicemente riconoscere che anche nel mondo delle migliori intenzioni esistono interessi professionali, reputazionali ed economici.
Non è una novità.
Qualcosa di simile è già accaduto con l’impresa sociale.
Vent’anni di impresa sociale insegnano qualcosa
Quando, più di vent’anni fa, arrivò la prima disciplina organica dell’impresa sociale, l’idea appariva molto promettente: riconoscere che un’impresa potesse operare perseguendo finalità sociali e non essere orientata esclusivamente alla remunerazione del capitale.
L’intuizione era importante.
Molto meno rilevanti furono gli strumenti concreti messi a disposizione.
Nessun vantaggio fiscale, nessun incentivo, una disciplina che riconosceva un modello ma non spiegava perché un imprenditore avrebbe dovuto sceglierlo rispetto ad altre forme organizzative già disponibili. Infatti, furono pochissimi quelli che costituirono un’impresa sociale.
Intorno all’impresa sociale, però, si è sviluppata per anni una produzione abnorme di studi, convegni, corsi e riflessioni. Ribaltando il famoso detto, il topolino ha prodotto la montagna.
Il punto è chiedersi quale sia stato, per molti anni, il rapporto tra l’enorme attenzione culturale e accademica dedicata allo strumento e la sua effettiva capacità di attrarre iniziative.
E poi ci sono i politici
C’è infine l’altra metà della questione.
Possiamo comprendere perché professori, studiosi e operatori del settore sostengano con entusiasmo l’economia sociale.
È anche interessante chiedersi perché lo faccia un governo politicamente molto distante da alcune delle culture dalle quali storicamente quell’idea proviene.
L’economia sociale, almeno nelle sue formulazioni più ambiziose, mette al centro la persona prima del profitto, attribuisce un ruolo essenziale alla mutualità, alla cooperazione, all’inclusione, alla redistribuzione, alla tutela delle persone più fragili, inclusi i migranti.
Non sono temi necessariamente “di sinistra”, e sarebbe semplicistico che quella parte se ne appropriasse politicamente, considerando che buona parte degli attentati allo stato sociale negli ultimi 20 anni sono stati perpetrati proprio da quella parte.
Ma è altrettanto difficile ignorare che alcune di queste idee entrano in tensione con le attuali forze politiche di governo. Questo governo, su numerosi fronti, ha ridotto gli spazi delle organizzazioni della società civile, ha compresso il welfare e ne ha assegnato le risorse a favore dell’azione di imprese tradizionali (si pensi alla sanità), persino a discapito del settore pubblico.
Per l’ambiente, oltre a promuovere la caccia di qualsiasi essere vivente e semovente, continua a dimostrarsi disinteressato al cambiamento climatico, favoleggiando persino di centrali nucleari di nuova generazione spacciandole per fonti rinnovabili.
Diciamo che complessivamente – per non parlar di diritti umani e sociali – esiste una certa distanza tra chi oggi rappresenta politicamente l’Italia e chi è attore dell’economia sociale.
Distanza che – come è facile immaginare – non compare nel testo del Piano. Se ci sono disuguaglianze, se esiste un problema climatico ecc., sono tutti casi della vita, cosa vuoi farci. Gli estensori non si chiedono mai “perché” o “chi” ha provocato tutto questo, e sulle ragioni caliamo un pietoso velo.
E allora la domanda diventa interessante.
Il governo si è convertito all’economia sociale?
Può darsi, anche se – considerati i precedenti – nutro qualche dubbio.
Oppure ha riconosciuto che si tratta di un mondo economicamente e socialmente troppo importante per essere ignorato?
Probabile.
Oppure, ancora: l’economia sociale è una di quelle formule elettoralmente molto convenienti perché consente a soggetti diversi di attribuire alle stesse parole significati differenti?
Anche questa ipotesi merita qualche attenzione, dato che qui sta la parte più interessante della storia.
Perché il problema non è se essere favorevoli o contrari all’economia sociale. Il problema è capire che cosa intendiamo davvero quando utilizziamo questa espressione e, soprattutto, quali conseguenze siamo disposti ad accettare quando proviamo a trasformarla da principio generale in politica economica concreta.
Ed è esattamente da qui che, a mio avviso, dovrebbe cominciare la discussione.
Economia sociale o economia con un settore sociale?
La domanda a mio avviso inevitabile è: che cosa vogliamo fare davvero dell’economia sociale?
Vogliamo provare a riformare l’economia perché diventi, nel suo complesso, più sociale? Oppure vogliamo limitarci a ritagliare dentro l’esistente modello economico (turbo-capitalistico, per intenderci) uno spazio dedicato all’economia sociale, ben delimitato, ben raccontato e magari anche ben finanziato?
La differenza non è terminologica. È politica.
Nel primo caso, l’economia sociale diventa un criterio con cui rileggere il funzionamento dell’intero sistema economico: il rapporto tra profitto e impatto, tra crescita e redistribuzione, tra produttività e qualità del lavoro, tra impresa e territorio, tra mercato e disuguaglianze. Significa applicare i principi come mutualità, inclusione, sostenibilità, partecipazione e tutela dei soggetti più fragili (inclusi i migranti, ça va sans dire) per contaminare anche quella che continuiamo a chiamare, per comodità, economia “tradizionale”.
Nel secondo caso, invece, il rischio è più sottile.
Si crea un comparto virtuoso, riconoscibile, misurabile, comunicabile. Si finanziano gli enti che ne fanno parte, si costruiscono indicatori, si organizzano tavoli, si promuovono partnership e si racconta giustamente il loro valore.
Un hortus conclusus autoesiliante che si bea della propria “sostenibilità”.
Ma nel frattempo il resto dell’economia può continuare a funzionare esattamente come ora.
Ed è qui che l’economia sociale rischia di diventare la foglia di fico delle pudenda non mirabili dell’economia tradizionale.
Una parte del sistema si occupa di inclusione, povertà, fragilità, territori marginali, lavoro delle persone svantaggiate, servizi alla comunità. L’altra può continuare a produrre esternalità sociali negative, precarietà, disuguaglianze e concentrazione della ricchezza, salvo poi finanziare qualche progetto meritorio o stringere una partnership con un soggetto dell’economia sociale.
Naturalmente la collaborazione tra questi mondi è positiva. Lo è spesso moltissimo.
Ma non può sostituire la domanda più scomoda: chi produce i problemi sociali? Chi viene poi chiamato a risolverli?
Perché se l’economia sociale viene pensata soltanto come il luogo nel quale riparare ciò che l’economia ordinaria rompe, allora abbiamo costruito un sistema di manutenzione, sulla cui efficacia nutro molti dubbi, non un nuovo modello economico.
Anzi, potremmo arrivare al paradosso che più aumenta la capacità dell’economia sociale di prendersi cura delle conseguenze negative del sistema, meno il sistema stesso è costretto a modificarsi.
Il punto, allora, non è contrapporre impresa profit e non profit, né immaginare un’economia senza mercato o senza profitto. Sarebbe una semplificazione tanto ideologica quanto inutile.
La questione è un’altra: quali principi dell’economia sociale vogliamo rendere eccezione e quali, invece, vogliamo trasformare in regole più generali?
Se la centralità della persona vale per una cooperativa sociale, perché non dovrebbe interrogare anche una grande impresa industriale?
Se la qualità del lavoro, l’inclusione, l’impatto sul territorio e la sostenibilità sono criteri essenziali per valutare un’impresa sociale, perché dovrebbero diventare marginali quando valutiamo tutte le altre imprese?
Se consideriamo meritorio reinvestire valore nella comunità, perché dovremmo accettare senza discussione modelli nei quali la comunità sopporta costi che non entrano mai nei bilanci aziendali?
È su questo terreno che il Piano nazionale può diventare interessante oppure restare innocuo.
Può essere il primo tassello di una riflessione più ampia sul modo in cui vogliamo produrre e distribuire valore.
Oppure può trasformarsi nel riconoscimento istituzionale di un’area “buona” dell’economia, lasciando implicitamente al resto il diritto di continuare a essere ciò che è sempre stato.
Nel primo caso, l’economia sociale è una proposta di cambiamento, anche radicale, come i tempi che viviamo – credo – esigono.
Nel secondo, è un settore.
E i settori, per quanto meritori, possono essere facilmente circoscritti.
Forse, allora, la vera domanda non è quanti soggetti rientreranno nell’economia sociale, quanti fondi saranno stanziati o quanti nuovi corsi universitari nasceranno.
La domanda è se i governi (quello attuale e quelli futuri) siano disposti ad accettare fino in fondo ciò che l’idea di economia sociale implica: che l’economia non è un meccanismo neutro cui aggiungere, alla fine, un correttivo o contentino sociale, ma uno strumento la cui efficacia è valutata dal tipo di società che contribuisce a costruire.
