Il discernimento è un atto professionale

La prima enciclica di Leone XIV sull’Intelligenza artificiale non parla di Studi professionali. Eppure descrive con precisione ciò che rende — oggi più di ieri — insostituibile un avvocato o un commercialista. A una condizione.

Il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum Novarum, Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. La data non è casuale. Come Leone XIII affrontò la questione operaia all’alba della rivoluzione industriale, il nuovo Pontefice – che ha scelto il nome proprio in riferimento a Leone XIII e alla Rerum Novarum – legge l’IA come la trasformazione che ridisegna il lavoro e la dignità di chi lo svolge.

Il documento si rivolge alla Chiesa e al mondo intero, non è certo diretta puntualmente agli studi legali o di commercialisti. E non è mia intenzione ridurre un testo spirituale sulla dignità umana a un manuale sul valore di mercato di una professione: sarebbe, come minimo, un tradimento del suo respiro. Eppure, letto con gli occhi di un professionista, Magnifica Humanitas sorprende. Perché là dove l’enciclica colloca ciò che nessuna macchina può sostituire, descrive anche il nucleo del valore di chi vive di giudizio. E perché, a differenza di tanta pubblicistica rassicurante, non promette affatto che quel valore sia al sicuro.

La macchina non capisce ciò che produce

Il punto di partenza è una distinzione che meriterebbe di stare appesa in studio. I sistemi di IA, scrive Leone XIV, imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana e spesso le superano in velocità e ampiezza di calcolo; ma non vivono un’esperienza, non hanno coscienza morale e «non capiscono ciò che producono» (n. 99). Possono simulare empatia o comprensione, non possederle. Da qui un’avvertenza che vale come monito professionale: «più potente non significa necessariamente migliore» (n. 93).

È la differenza tra reperire un’informazione e comprendere un caso nella sua singolarità — con i suoi non detti, i suoi rischi, le persone che lo abitano. La consulenza non è recupero di dati: è giudizio. E l’enciclica lo dice senza ambiguità, parlando di tutt’altro contesto ma con una formula che il professionista può fare propria: «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», perché implica coscienza e responsabilità personale (n. 198).

Il rischio non è la risposta sbagliata. È quella plausibile

L’enciclica è precisa sui rischi dell’uso quotidiano. Nell’impiego personale dell’IA pesano tre fattori: la facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana; e l’abitudine a delegare troppo può indebolire «il giudizio personale e la creatività» (n. 100). È un’osservazione cruciale per chi vive di pareri: il pericolo non è la risposta sbagliata, ma quella plausibile.

La AI restituisce testi levigati, sicuri, apparentemente neutri — ma quell’oggettività è apparente, perché le risposte riflettono i parametri culturali di chi le ha progettate e addestrate. Distinguere la risposta che suona giusta da quella che regge — attraverso «verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa» (n. 132) — è esattamente il mestiere del professionista. Non un orpello: la sostanza. Per chi vive di prova e di fatti il punto si fa ancora più affilato, perché l’enciclica vede nell’IA un «moltiplicatore potente» della disinformazione, in un tempo in cui — cita Hannah Arendt — rischia di smarrirsi perfino «la distinzione tra fatto e finzione» (n. 134).

Ciò che il cliente viene davvero a cercare: la responsabilità

C’è un confine che la macchina non può attraversare, ed è quello che il cliente, in fondo, cerca davvero. Si può simulare l’empatia; non si può simulare l’assunzione di responsabilità. L’enciclica mette in guardia dall’affidare a un algoritmo il potere di selezionare «chi merita e chi no» senza che nessuno si assuma «il peso della decisione» (n. 103), e rivendica il valore dell’accountability: poter identificare chi deve «rendere conto» delle scelte (n. 105).

Per un professionista, la firma in calce a un parere è precisamente questo — un’assunzione di rischio personale che nessun sistema automatizzato è strutturalmente in grado di offrire. Quando il commercialista risponde di una valutazione o l’avvocato di una strategia, mette in gioco qualcosa che la macchina non possiede: una reputazione, una coscienza, una persona.

Dati, credito, algoritmi: il terreno del commercialista

Non è solo materia forense. L’enciclica dedica pagine dense ai temi su cui i commercialisti già consigliano le imprese. Avverte che la finanza, «slegata da adeguati fondamenti antropologici e morali», ha mostrato di saper creare «crisi sistemiche e di portata mondiale» (n. 160), e fissa criteri di «trasparenza e responsabilità» per quando «dati e algoritmi incidono su erogazione del credito, selezione del personale, accesso a servizi» (n. 164).

È il lessico, riconoscibile, dell’AI Act e del GDPR letto da un’altra angolatura: decisioni «comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo», perché «la persona non sia ridotta a profilo» (n. 164). Quando l’enciclica invoca «quadri giuridici adeguati», «vigilanza indipendente» e «trasparenza sugli algoritmi» (nn. 71, 106), il discernimento etico del Pontefice tocca esattamente il terreno regolatorio in cui il professionista già lavora ogni giorno.

L’avvertimento ai partner: non l’insostituibilità, ma la condizione

Qui sta il passaggio meno rassicurante, e il più importante per chi guida uno studio con collaboratori. Leone XIV non dice soltanto che la macchina non sostituirà il professionista. Avverte che il professionista può essere svuotato. L’adozione acritica della tecnologia, scrive, rischia di «dequalificare i lavoratori», costringendoli «ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora» (n. 150). Di qui l’indicazione: progettare «sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione».

È il punto che ribalta la rassicurazione abituale: non «l’IA non ti sostituirà», ma «il tuo valore resta solo se scegli di coltivarlo». Quindi, il valore dello studio è reale, ma condizionato: dipende dal modo in cui gli strumenti vengono usati. Saper usare l’IA, scrive il Pontefice con un’espressione sorprendente, significa anche «educare a decidere quando e per cosa non usarla», fino a «digiunare» da essa (n. 140). Non è tecnofobia — l’enciclica riconosce nello strumento «un aiuto prezioso». È discernimento: la capacità di sapere dove la tecnologia aggiunge valore e dove invece erode ciò che dovrebbe proteggere.

Far crescere la tecnica senza far regredire il cuore

Resta la frase che, di tutta l’enciclica, andrebbe forse incorniciata: il compito del nostro tempo è «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore» (n. 126). In uno studio professionale, quel «cuore» ha un nome preciso: è la relazione di fiducia, la presenza, la responsabilità verso il cliente. Non un residuo che la tecnologia non ha ancora digerito — il mestiere stesso.

Da qui una considerazione che è lecito trarre — e che appartiene a chi scrive, non al documento, che si occupa di dignità e non di posizionamento. In un mondo in cui chiunque può ottenere in pochi secondi una risposta plausibile, la cosa scarsa, e quindi preziosa, diventa l’interlocutore competente e riconoscibile a cui ci si rivolge proprio perché si assume la responsabilità di quella risposta. Letta così, l’autorevolezza del professionista non vale di meno nell’era dell’IA. A una condizione, però: che quel professionista scelga, con consapevolezza, di restare ciò che la macchina non può essere. Il futuro delle professioni non si gioca nel competere sulla velocità — partita persa in partenza — ma in questa scelta quotidiana.

Che è, appunto, un atto di discernimento.

Fonti e riferimenti

Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026. Tutte le citazioni sono riferite per numero di paragrafo dell’edizione del testo (nn. 93, 99, 100, 103, 105, 106, 126, 132, 134, 140, 150, 160, 164; n. 71 e n. 198 per i riferimenti puntuali). Per i virgolettati destinati alla pubblicazione si raccomanda il riscontro sulla versione ufficiale pubblicata su vatican.va.

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