Per anni l’ingresso dell’intelligenza artificiale negli studi professionali si è posto in termini prospettici: si descriveva una tecnologia in arrivo, di cui si intravedevano le potenzialità ma che, nella pratica quotidiana della maggior parte degli studi italiani, restava una possibilità più che una realtà. Oggi lo scenario è mutato. L’intelligenza artificiale non incide più soltanto sull’organizzazione interna dello studio: ne investe direttamente l’economia e, con essa, il valore. Si tratta di un passaggio che merita attenzione specifica da parte di chi si occupa di operazioni di M&A di attività professionali. Il valore di uno studio non è infatti un dato astratto, ma il prodotto di una struttura di costi, di una marginalità, di una determinata composizione dei ricavi e del peso dell’elemento personale: tutte grandezze che l’automazione sta progressivamente ridefinendo.
Nella prassi, la valutazione di uno studio professionale si fonda su un numero limitato di fattori: la ricorrenza del fatturato, la redditività, la qualità del pacchetto clienti e, non ultimo, il peso dell’apporto personale del titolare. È proprio quest’ultimo elemento a distinguere lo studio professionale dall’impresa tradizionale: anche quando organizzato in forma societaria, lo studio resta fortemente caratterizzato dalla componente personale e dalla relazione fiduciaria con la clientela. Su questi fattori si innesta il moltiplicatore, ossia il coefficiente che, applicato al fatturato cedibile o alla redditività, conduce alla stima del valore di trasferimento. Quel coefficiente non è un numero fisso: esprime la solidità e la sostenibilità nel tempo dei flussi economici dello studio. Ed è esattamente rispetto a questi due ultimi profili, solidità e sostenibilità, che l’intelligenza artificiale produce i suoi impatti più rilevanti.
AI e studi professionali: impatto su marginalità e moltiplicatori
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