Giornalismo costruttivo: un’opportunità per allenare il pensiero critico

Mi sono letteralmente innamorata del giornalismo costruttivo non appena l’ho scoperto, nel 2012. Ho sentito subito appartenere alla mia visione della professione concetti come: rispetto del lettore, approfondimento, contesto, soluzioni. Ed è stato un amore che è andato crescendo di anno in anno, studio dopo studio, incontro dopo incontro.

Poi è arrivato il Covid e ho visto emergere tutte le abitudini all’informazione che abbiamo fatto nostre e che si sono mostrate nella loro vera natura. Ho visto dati buttati in pasto ai lettori, le solite voci di esperti stimolare una polarizzazione a tratti imbarazzante, le persone in confusione perché il mondo era diventato improvvisamente complesso.

Il Constructive Network, che ho fondato con alcuni colleghi giornalisti, è nato nel 2019. La pandemia è arrivata ufficialmente a inizio 2020. Per noi è stato un vero e proprio trampolino di lancio perché ci ha resi diversi in modo evidente, inequivocabile. E anche per un’altra ragione che trovo importante: le persone hanno cominciato a capire che il bisogno di un’informazione di qualità era una evidenza. Diciamo pure una necessità.


Il giornalismo costruttivo e delle soluzioni che ho sposato parte da un principio base:

informare mettendo i dati in un contesto,

partendo dal problema,

raccontando la soluzione

e con essa anche i limiti e le difficoltà.


È un giornalismo che si prende cura delle storie non per dirci che il mondo è un luogo bello in cui vivere. L’obiettivo è raccontare che oltre il problema ci sono più soluzioni e qualcuno là fuori le sta cercando, le ha trovate, le vuole raccontare. 

Costruire. Questo è il termine intorno a cui ruota tutto. Costruire narrando. Un’utopia per molti, una missione per chi sceglie di abbracciare questa professione con onestà, etica e responsabilità. 

E in tutto questo che ruolo abbiamo come lettori delle notizie? Possiamo dare dei segnali importanti a chi scrive e produce contenuti partendo da una scelta. Scegliere è sempre l’arma più potente per le persone. 

Cosa e come scegliere

  • Cominciamo a allargare le nostre fonti. Non limitiamoci ai media tradizionali, alle testate giornalistiche note. Affezioniamoci alle firme: a quei giornalisti che fanno la differenza, che raccontano, spiegano, condividono e ascoltano. Ce ne sono molti e i social media ci consentono di incontrarli.
  • Condividiamo quello che abbiamo trovato utile e che pensiamo possa essere utile per altri. Lasciamo cadere nell’indifferenza quel pessimo giornalismo che talvolta condividiamo per dire che non ci piace. È una scelta che viene mal interpretata: gli editori contano la condivisione, non leggono il nostro post.
  • Utilizziamo il digitale per entrare in connessione con i giornalisti: ringraziamoli per un buon articolo, raccontiamo loro cosa vorremmo leggere e cosa vorremmo capire di più. Creiamo relazioni. I social media sono luoghi di relazione. Ruota tutto intorno a questo. 

In questi anni mi sono fatta un’idea molto chiara: il cambiamento concreto avviene solo se si allena il pensiero critico. Smettiamo quindi di aspettare che le soluzioni arrivino dall’alto. Andiamole a cercare, condividiamole, facciamole entrare nella nostra storia per trasferirle poi ad altri. Vale per tutto. Vale anche per l’informazione. 

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