Praticanti e redditi in crescita per la prima volta da anni: basterà a garantire il ricambio generazionale?

Per diversi anni i Rapporti sull’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili hanno delineato uno scenario ricorrente, caratterizzato da una professione che invecchia, un numero di praticanti in progressiva contrazione e un ricambio generazionale sempre più difficile da garantire. Il Rapporto 2026, pubblicato lo scorso 16 luglio dalla Fondazione Nazionale di Ricerca dei Commercialisti, introduce per la prima volta alcuni elementi di discontinuità rispetto a quel quadro. Non si tratta ancora di un’inversione di tendenza consolidata, ma di segnali che, dopo anni caratterizzati da dati prevalentemente negativi, meritano di essere analizzati con attenzione.

La novità si concentra in due dati che, per la prima volta, si muovono insieme e in positivo. Il primo riguarda i praticanti: dopo diversi anni di flessione, gli iscritti al Registro del Tirocinio tornano a crescere. Al 31 dicembre 2025 se ne contano 11.507, 468 in più rispetto all’anno precedente (+4,2%), con un incremento particolarmente marcato al Sud (+8,5%), a fronte di una crescita più contenuta al Nord (+2,4%) e al Centro (+0,7%). Lo stesso Rapporto parla di “un’importante inversione di tendenza”, ma sarà il tasso di conversione dei tirocinanti in nuovi iscritti all’Albo a dire se si tratta di un rimbalzo isolato o dell’avvio di un cambiamento strutturale.

Il secondo dato riguarda i redditi di categoria e va oltre il semplice record. Il reddito medio riferito all’anno d’imposta 2024 sale a 87.376 euro (+8,3%), il valore più elevato mai registrato. L’elemento più significativo, tuttavia, è un altro: la crescita nominale ha superato l’inflazione e per la prima volta il reddito reale è tornato al di sopra dei livelli del 2008 (+4,5%). Dietro il valore medio continuano a manifestarsi situazioni molto differenti: i dottori commercialisti iscritti alla CNPADC raggiungono 96.577 euro (+9,3%), mentre i ragionieri iscritti alla CNPR si fermano a 63.421 euro (+4,1%), ma il segnale complessivo è buono e indica che il potere d’acquisto della categoria ha recuperato quanto perduto in oltre quindici anni.

Particolarmente rilevante è l’origine di questa crescita. Come osserva il Presidente del Consiglio Nazionale Elbano de Nuccio, l’aumento dei compensi non deriva da una semplice espansione dei volumi, ma dallo spostamento dell’attività verso servizi a più alto valore aggiunto, in primo luogo la consulenza alle imprese e la valorizzazione delle competenze specialistiche.

È in questo contesto che gioca un ruolo fondamentale l’intelligenza artificiale che, passata dalla fase della sperimentazione alla vera e propria adozione, riduce il valore delle attività più ripetitive, proprio quelle su cui si è a lungo fondata la marginalità degli studi, e sposta la domanda verso prestazioni più qualificate. Non è quindi casuale che i redditi crescano mentre la natura stessa dell’attività professionale si modifica: chi si concentra su attività di consulenza e servizi a maggior valore aggiunto vede aumentare i propri compensi, mentre chi rimane ancorato agli adempimenti di base assiste a una progressiva erosione dei margini. Sarebbe tuttavia un errore interpretare…

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