L’art. 13 della Legge n. 132/2025 introduce per i professionisti un obbligo di trasparenza sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei rapporti con il cliente, imponendo un’informazione chiara, semplice ed esaustiva. La comunicazione non deve limitarsi a una clausola formale, ma spiegare dove interviene l’AI, quali benefici produce e come resta garantito il controllo umano, anche attraverso regole interne di riservatezza, sicurezza e responsabilità.
Dal 10 ottobre 2025 la trasparenza sull’uso dell’intelligenza artificiale è anche un obbligo. L’art. 13, Legge n. 132/2025, chiede al professionista di informare il cliente con un linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo. Fermarsi a una clausola nella lettera d’incarico, però, significa perdere un’occasione: spiegare bene l’AI può rafforzare il rapporto fiduciario e rendere più evidente il valore del servizio. Questo è esattamente il tema centrale su cui si poggia l’emergente concetto della Responsabilità digitale delle imprese (Corporate Digital Responsability – CDR), che oggi viene visto come veicolo di vantaggio competitivo.
Il punto di partenza non è lo strumento, ma il servizio. Dire soltanto «usiamo l’AI» potrebbe suscitare reazioni opposte: c’è chi immagina prestazioni automatiche e infallibili e chi teme che dati e decisioni siano affidati a una macchina. Occorre invece chiarire dove interviene la tecnologia, quale beneficio produce e chi conserva il controllo.
Il messaggio può poggiare su 3 elementi:
- l’AI svolge attività di supporto, come esaminare dati, confrontare documenti, individuare anomalie o predisporre una bozza;
- non decide al posto del professionista, e risultati e documenti vengono verificati prima dell’utilizzo;
- dati e strumenti sono gestiti secondo regole definite di riservatezza, sicurezza e responsabilità.
Una formula efficace potrebbe essere: «Utilizziamo strumenti di analisi automatizzata per ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive e concentrarci sui controlli e sulle valutazioni più importanti. Gli esiti vengono sempre esaminati dal professionista responsabile dell’incarico». È una spiegazione semplice, che descrive insieme il beneficio e il presidio umano.
Anche il linguaggio determina il valore percepito. Promesse come «rivoluzioneremo tutto grazie all’AI» alimentano aspettative irrealistiche, mentre formule difensive come «è solo un software» fanno pensare a un lavoro delegato. La tecnologia non va celebrata né nascosta: va collegata a risultati concreti, come controlli più estesi, analisi tempestive e maggiore tempo dedicato all’interpretazione e al confronto con il cliente.
Le obiezioni, poi, vanno anticipate, non eluse. Chi protegge i dati? Chi risponde di un errore? L’AI comporta un risparmio o migliora il servizio? Risposte credibili non promettono rischi zero, ma indicano procedure reali: quali informazioni possono essere trattate, quali verifiche vengono svolte, chi approva il risultato e a chi rivolgersi per chiarimenti. Se mancano regole interne su questi aspetti, la comunicazione non basta: prima del messaggio viene la governance.
Un punto delicato riguarda il compenso. L’efficienza non coincide automaticamente con una riduzione del prezzo: il cliente acquista competenza, affidabilità e qualità del risultato, non ore di lavorazione. È però corretto spiegare come il tempo liberato venga reinvestito: verifiche, risposte rapide, analisi approfondite o maggiore disponibilità al confronto. Il valore percepito cresce quando il beneficio è visibile.
Infine, sito, lettera d’incarico e primo colloquio devono raccontare la stessa cosa:
- sul sito può trovare spazio l’impegno generale dello studio;
- nella lettera le informazioni pertinenti all’incarico;
- nel colloquio la spiegazione concreta.
Se i messaggi divergono, la trasparenza appare formale e si genera quello che potrebbe chiamarsi un debito di credibilità: il gap tra quanto promesso rispetto e quanto il cliente riceve davvero. Con l’AI questo fenomeno rischia di crescere più in fretta perché basta un’incoerenza per incrinare la fiducia costruita altrove nel tempo. Se sono coerenti, invece, la trasparenza diventa una promessa riconoscibile: la tecnologia amplia la capacità dello studio, mentre giudizio e responsabilità restano umani.
Una precisazione è doverosa: la trasparenza dichiarata fuori vale poco se dentro lo studio l’uso dell’AI resta disomogeneo, o addirittura taciuto dai collaboratori. Solo una cultura interna che abbraccia e incentiva l’uso dichiarato degli strumenti rende credibile, e non di facciata, il messaggio che si porta al cliente.
L’AI va dichiarata, ma non resa protagonista. La fiducia nasce non dal fatto che lo studio utilizzi una tecnologia avanzata, ma dalla chiarezza con cui dimostra di saperla governare all’interno dello studio, prima ancora che fuori.
