8 Ottobre 2014

Una PA anacronistica ai tempi di internet ed il sogno di un commercialista: l’efficienza!

di Giuseppe Motta Scarica in PDF
Quando 10 anni fa iniziai a muovere i primi passi nella nostra professione, quello che succedeva nei
giorni di scadenza
di invio telematico delle dichiarazioni sembrava qualcosa di
surreale
: i più fortunati, attrezzati di linea
ISDN
(ovviamente totalmente a proprie spese), stavamo in studio fino a mezzanotte in attesa del fatidico
collegamento
con il sito dell’agenzia delle entrate incrociando le dita e sperando che l’invio riuscisse. Soltanto l’indomani, dopo un intero giorno e buona parte della notte con collegamenti a
singhiozzo
, alcuni secondi di
funzionamento
e intere ore di stop a causa di tale blocco informatico, si veniva a sapere che effettivamente non ci sarebbero state
sanzioni
per chi non fosse riuscito negli invii.
Non credo che esista un altro lavoro al mondo dove possa essere considerato normale lavorare di notte
gratis semplicemente perché la PA non è in grado di offrire un servizio
efficiente e, peggio ancora, senza che mai la PA abbia reso conto a nessuno dei propri errori.
 
Da allora ad oggi
Internet, usato con le opportune cautele, ha cambiato in meglio il modo di vivere di tutti noi. La PA italiana, invece, è rimasta un caso da studio: è riuscita a traslare con una perfezione quasi maniacale tutti i difetti degli uffici fisicamente esistenti nel mondo reale in quello ‘virtuale’.
Cito per primo, ma in realtà per come ci hanno abituato questo è l’ultimo dei problemi, il caso di quando si dovevano fare file di ore per depositare semplicemente un’istanza: oggi quasi tutti gli uffici consentono tramite i loro siti istituzionali di comunicare
telematicamente quasi tutto. Bene, vi è mai capitato, facendo affidamento sul funzionamento del sito 24 ore su 24, di lasciare per ultima una cosa magari
banale ma anch’essa con una
scadenza a pena di sanzioni e scoprire poi nel tardo pomeriggio che il sito di quell’ente non funziona? Immagino di sì. La cosa non viene quasi mai segnalata nei log ufficiali dei
malfunzionamenti del sito perché magari dopo un po’ riprende a funzionare, ma nel frattempo all’ignaro consulente è toccato verificare se invece non ci fosse un problema nei propri
computer (e non tutti siamo esperti informatici). E questo accade così di frequente che ormai ci siamo abituati in automatico a non organizzare più le cose in termini di efficienza di studio ma di farle immediatamente quando si rende necessario farle, onde evitare che il sito malfunzionante di turno ci rovini la giornata. Una cosa apparentemente banale quindi, ha un effetto
devastante dal punto di vista
organizzativo: il beneficio di poter gestire con più efficienza la propria attività viene quasi vanificato (rimane il vantaggio di non dover prendere la macchina e andare fisicamente ad effettuare il protocollo) dalla inefficienza nella gestione tecnica di questa moltitudine di
siti istituzionali.
Dicevo che questo, pur essendo un problema molto serio, in realtà è solo l’ultimo: ed infatti, a ben vedere, la nostra PA ha in realtà perso il
treno della rivoluzione di internet in quanto ha perso completamente di vista l’occasione di semplificare la vita delle persone. Ovviamente la colpa non è solo dei
burocrati ma chiaramente anche della politica, che con il suo modo di legiferare finalizzato solo al principio di cassa, ha fatto si che ognuno continuasse a pensare per sé senza minimamente provare a guardare un minimo oltre.
Sarebbe bellissimo immaginare di poter utilizzare gli strumenti della PA con la stessa facilità e immediatezza con cui qualsiasi ragazzino oggi utilizza un
tablet: ma, si sa, la PA è una cosa seria e quindi non può essere facile! Eppure non riesco a smettere di pensare che potrebbe davvero esserlo. Per cui anziché continuare con un elenco infinito di cose che non funzionano (vi dice qualcosa il fatto di dover prestare addirittura attenzione che sul vostro computer non sia istallata una versione troppo recente di
Java per utilizzare
ComUnica?!) mi piacerebbe raccontarvi un
sogno: come vorrei che la PA fosse.
Preliminarmente bisognerebbe imporre uno
stop assoluto
all’attività legislativa in materia fiscale, previdenziale e assistenziale di almeno 10 anni. Tanto fino ad ora ci hanno dimostrato che sono capaci solo di
peggiorare le cose quindi meglio lasciare il mondo com’è e cominciare a preoccuparci di renderlo vivibile.
Una volta imposto lo stop legislativo, basta con le decine di siti istituzionali malfunzionanti: per comunicare con la PA ci deve essere un
unico sito costantemente funzionante a cui si accede con
un’unica User Name e
password per consultare i dati e con un
token, come in banca, per effettuare le variazioni.
Un’unica grafica, un’unica modalità di gestione dei menù caratterizzati da un’estrema chiarezza espositiva (e non accozzati l’uno all’altro senza alcun nesso logico) con menù di help contestuali.
Stop al
download di qualsiasi
software di controllo: il controllo deve avvenire on-line, in modo da lasciare libero il cittadino di scegliere quale accidenti di computer vuole per lavorare e non essere più obbligato ad usarne di un solo un tipo.
Stop alla
ridondanza di dati: prima di consentire a qualsiasi PA di chiedere dati a un cittadino, bisogna essere sicuri che quel dato non sia già stato comunicato o i possesso di altro ufficio o che non sia ricavabile semplicemente aggregando più tipologie di dati già in possesso di più uffici.
Stop, per favore, al proliferare di
agevolazioni di ogni tipo! Si finisce per agevolare solo chi i soldi già li ha!
Stop all’uso strumentale dei
termini prescrizionali per ‘lucrare’ sulle maggiori sanzioni: se una irregolarità è accertabile in automatico dal sistema deve essere contestata entro
6 mesi da quando è stata trasmessa la relativa dichiarazione. Per un sistema informativo serio e che funzioni 6 mesi sono un eternità. I termini prescrizionali normali restano quando è richiesto l’intervento umano.
 
Utilizzo distorto della PEC
La posta elettronica certificata poteva anch’essa rappresentare un punto di sviluppo e invece se n’è iniziato a fare subito un uso distorto: premesso che anche con la PEC ogni ufficio sta procedendo a modo suo e pur essendovi un
elenco ufficiale degli indirizzi PEC di imprese e professionisti non si capisce per quale motivo dobbiamo continuare a comunicarla noi professionisti (ad esempio
adempimento anti riciclaggio richiesto dall’agenzia delle entrate entro il 31/10/2014), sembra che l’unico obiettivo sia quello di poter finalmente
‘incastrare’ il contribuente. Ma le PEC non sono esattamente come gli indirizzi fisici. Innanzitutto hanno un costo e devono periodicamente essere rinnovate (altre scadenze) e secondariamente non sono per sempre: i
provider (privati) hanno l’obbligo di mantenere sui loro server le PEC per 30 mesi. Sembrerebbe un lungo periodo e invece non lo è se è vero come è vero che ad esempio per un’udienza di primo grado in commissione tributaria a Palermo ci possono volere 14 anni e a Roma addirittura 18!
(Cfr Massimo Conigliaro Euroconference News del 29-8-14). E quindi tutte le
notifiche fatte a mezzo PEC che fine faranno?
Perché invece non offrire a tutti una
connessione internet gratuita per accedere alla proprio spazio on-line di cittadino o di consulente e creare una banalissima
App che ti invia le notifiche quando c’è posta per te? Ormai il cellulare è un qualcosa che hanno tutti: vedo gente ovunque, di tutte le età e di tutti i ceti sociali, che in maniera forsennata scorre le ‘notizie’ su
Facebook pur non capendo assolutamente nulla di
informatica. Si potrebbe creare un’app semplicissima, chiamarla
FacePA, e farla scaricare gratuitamente a tutti: in 2 settimane l’Italia diventerebbe il primo paese al mondo per informatizzazione. Perché non dare la possibilità alle persone corrette di avere un
rapporto civile con la PA prima di arrivare alle maniere forti delle PEC e di Equitalia? In fondo pagano le tasse soprattutto loro, le persone corrette: avranno pur diritto ad essere servite adeguatamente.
Chiaramente i più scettici diranno: belle tutte queste cose, ma
c’è la crisi e dove li troviamo i soldi per farle? Mi piacerebbe vederne qualcuno in faccia di questi
scettici. Gli direi due cose: la prima è se abbia la più
pallida idea di quanto costi mantenere il livello di inefficienza attuale e la seconda è se abbia la più pallida idea che persino paesi come la
Romania ci hanno ormai scavalcato in termini di infrastrutture informatiche. E i romeni dove li hanno trovati i soldi? A noi basterebbe pochissimo: rinunciamo agli
F35 e salviamo il nostro Paese.
È incredibile che una quantità enorme di persone intelligenti sia ostaggio di un manipolo di soggetti che occupando le posizioni di rilievo hanno imposto la legge della corruzione.
Noi abbiamo tutto: abbiamo i
cervelli, le
capacità e i
soldi, eppure siamo troppo accondiscendenti e buoni. Spesso preferiamo andare via anziché lottare. Questo hanno capito i nostri politici e burocrati: che vi è ormai così tanta ricchezza che si può sopravvivere in qualche modo delle sole briciole di ciò che eppure contribuiamo tutti a creare. E mettendo un po’ di
anestetico al momento giusto con televisione, stampa e ogni altra forma di comunicazione, si può sopire quasi tutto. Ma quanto male si può volere a questo Paese per continuare a farlo
affogare? E allora
svegliamoci tutti e mi rivolgo soprattutto a quei ragazzi e a quelle ragazze che per guadagnarsi da vivere non vanno alla ruota della fortuna ma si portano avanti con il duro lavoro. Bisogna trovare la forza di
alzare la testa e dedicare un po’ di tempo a cambiare le cose perché altrimenti finirà sempre che le
postazioni chiave saranno occupate da coloro che non essendo capaci di fare nulla di buono hanno tutto il tempo per ordire trame e affossare ogni cambiamento. Dobbiamo porre alla base del cambiamento non l’illusione di essere ricoperti d’oro, ma di essere
motivati a fare qualcosa di buono che ci renda
orgogliosi di appartenere all’
Italia. La giusta ricompensa non tarderà ad arrivare.