12 Luglio 2021

Tassazione delle multinazionali: accordo sulla global minimum tax

di Gennaro Napolitano Scarica in PDF

All’esito della riunione economica tenutasi a Londra lo scorso 5 giugno, i Ministri delle Finanze del G7 (Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Italia e Giappone) hanno raggiunto un accordo finalizzato alla riforma della tassazione delle imprese multinazionali nella più ampia prospettiva di una complessiva rivisitazione del sistema della fiscalità internazionale.

Lo schema di accordo si basa su due pilastri: l’introduzione di una aliquota minima pari ad almeno il 15% sui profitti globali delle imprese multinazionali (global minimum tax) e l’applicazione di un sistema di tassazione per il quale le multinazionali, attraverso uno specifico meccanismo di riallocazione degli utili, saranno chiamate a versare le imposte nei Paesi in cui operano e non solo dove hanno la loro sede legale.

Per effetto del primo pilastro, quindi, si vuole porre un freno alla c.d. corsa al ribasso (race to the bottom) nel settore della tassazione societaria; mentre il secondo pilastro è finalizzato a garantire che le grandi imprese multinazionali scontino un adeguato ed equo livello di tassazione nei Paesi in cui vendono i loro prodotti o servizi.

L’accordo definito in seno al G7, peraltro, fa seguito alla recente proposta elaborata dagli Stati Uniti d’America di riforma della tassazione societaria.

Lo scorso mese di maggio, infatti, l’Amministrazione Biden, e in particolare il segretario al Tesoro Janet Yellen, ha sollecitato il raggiungimento di un accordo internazionale che punti alla previsione di un’aliquota minima di tassazione sul reddito globale delle imprese a vocazione internazionale.

Un tale accordo, secondo gli Usa, si rende necessario anche e soprattutto alla luce degli effetti negativi della pandemia da Covid-19 sul sistema economico mondiale, per arginare i quali gli Stati sono stati costretti a sostenere ingenti livelli di spesa pubblica e, quindi, a reperire risorse aggiuntive utili a loro finanziamento.

Ad oggi si è di fronte solo a un accordo di carattere lato sensu politico, mentre le soluzioni normative e tecniche sono ancora tutte da definire e attuare.

Tuttavia il momento può essere considerato decisivo nella misura in cui, anche e purtroppo sulla spinta della pandemia globale, è tornata al centro del dibattito politico la necessità di delineare una soluzione condivisa su scala internazionale che sia in grado di adeguare il sistema della fiscalità internazionale alle sfide poste dall’economia globalizzata e digitalizzata.

Negli ultimi anni, infatti, è parsa palese l’incapacità delle tradizionali regole di fiscalità internazionale di garantire una equa e giusta tassazione dei profitti delle grandi multinazionali operanti in funzione di modelli di business in grado di sfruttare a proprio vantaggio le asimmetrie esistenti tra i diversi regimi fiscali nazionali per spostare i propri profitti verso quei Paesi che garantiscono bassi o nulli livelli di imposizione.

Sia l’iniziativa dell’Amministrazione Biden sia quella del G7, infatti, hanno il dichiarato intento di porre un freno ai meccanismi di profit shifting (vale a dire di artificioso trasferimento dei profitti verso le giurisdizioni a più bassi livelli di imposizione fiscale) praticati dalle grandi imprese multinazionali (soprattutto da quelle operanti all’interno della digital economy) che hanno favorito negli ultimi decenni la c.d. concorrenza fiscale dannosa tra Stati (c.d. harmful tax competition).

Anche l’Ocse ha accolto con favore l’accordo sulla global minimum tax, ritenendolo un passo importante verso il necessario raggiungimento di una soluzione multilaterale condivisa che coinvolga, quindi, tutti i 139 Paesi membri del Quadro inclusivo Ocse/G20 nell’ambito del progetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting).

L’aliquota fiscale minima sui profitti globali d’impresa, quindi, sembra rappresentare una soluzione verso cui potrebbero effettivamente e concretamente convergere gli interessi di Usa, Ocse e Unione europea; essa, infatti, sarebbe in grado di frenare efficacemente i sofisticati meccanismi elusivi ideati dalle multinazionali e favoriti dalle già ricordate asimmetrie esistenti tra gli ordinamenti fiscali nazionali.

La sua concreta attuazione, però, passa attraverso la risoluzione di questioni tecniche particolarmente complesse quali, ad esempio, la definizione della base imponibile globale alla luce della eterogeneità dei sistemi tributari dei vari Stati coinvolti, il regime delle perdite, l’individuazione delle imposte pagate nel Paese di produzione del reddito di cui tenere conto (imposte sul reddito e/o anche quelle di natura patrimoniale, imposte in acconto e/o anche a saldo), il trattamento delle imposte “sospese” nell’ambito di un contenzioso in corso.

Inoltre, a fronte dell’introduzione della global minimum tax dovrebbe essere definito il “destino” dei regimi impositivi transitori nel frattempo introdotti in numerosi Stati (si pensi, ad esempio, all’imposta sui servizi digitali italiana).

Si tratta, evidentemente, di dettagli tecnici non trascurabili, dalla cui definizione e soluzione dipenderà, in concreto, il successo dell’iniziativa della global minimu tax.

Tuttavia, il percorso intrapreso sembra essere quello giusto, consistendo nell’individuazione di modelli giuridici sovranazionali improntati alla definizione di nuovi regimi di tassazione delle società (in particolare delle imprese multinazionali digitali) da applicare in maniera omogenea su scala globale.

Se a ciò si aggiunge l’innegabile rafforzamento dei meccanismi di trasparenza e di scambio obbligatorio di informazioni tra le diverse giurisdizioni registrato negli ultimi decenni, si delinea sullo sfondo l’auspicata configurazione di un nuovo assetto della fiscalità internazionale concretamente finalizzato al contrasto dell’evasione, dell’elusione e, quindi, delle pratiche di harmful tax competition.