25 Maggio 2015

Storia di una bocciatura annunciata

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF

La notizia della settimana appena trascorsa è sicuramente la bocciatura da parte della Commissione Europea della misura volta ad introdurre il reverse charge nel settore della grande distribuzione.

Lo shock non è stato certo paragonabile a quello che, soltanto qualche settimana fa, ha generato la sentenza della Corte costituzionale sulla vicenda del blocco delle pensioni, ma desta comunque preoccupazione il fatto che continuano ad aprirsi falle, più o meno ampie, nei conti pubblici già in sofferenza.

La disposizione della Legge di Stabilità 2015 che estendeva l’inversione contabile alla grande distribuzione avrebbe dovuto determinare, secondo le stime del Governo, un incremento di gettito di 728 milioni di euro, non proprio quindi un importo “irrilevante”.

L’ennesimo “buco” nei conti dell’Erario potrebbe determinare l’attivazione della clausola di salvaguardia prevista dalla stessa Legge di Stabilità e di conseguenza l’incremento automatico, a partire dal mese di giugno, delle accise sui carburanti.

L’attivazione della clausola di salvaguardia e l’aumento delle accise sono stati però subito categoricamente esclusi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha precisato come la decisione negativa della Commissione fosse stata sempre considerata “una delle possibilità”.

Nessuna sorpresa quindi.

Se da un lato ciò induce a sperare che vi sia già pronto un piano “B” per assorbire la perdita di gettito, dall’altro l’introduzione di una misura che lo stesso MEF ha “candidamente” dichiarato già considerata a forte rischio di bocciatura “in partenza” non può che lasciare perplessi: in un paese “normale” la legislazione tributaria non dovrebbe essere scritta “per tentativi”, ma anche questo Governo non sembra essere immune da un vizio che evidentemente colpisce tutti quelli che mettono mano alle norme in materia fiscale.

Nel caso di specie, in realtà, la bocciatura è stata duplice in quanto la Commissione non solo ha ritenuto che non vi siano “prove sufficienti che la misura richiesta contribuirebbe a contrastare le frodi”, ma che anzi “questa misura implicherebbe seri rischi di frode a scapito del settore delle vendite al dettaglio e a scapito di altri Stati membri”: fare peggio, verrebbe da dire, era proprio impossibile.

Ma le pene per il Governo (e per i contribuenti, che, ad onor del vero, sono quelli alla fine chiamati a pagare il “conto” di tanta improvvisazione) non sono certo finite.

La Commissione sta infatti ancora esaminando la disciplina dello split payment, introdotta per le operazioni effettuate con controparte la Pubblica Amministrazione a far data dal 1° gennaio 2015.

Anche in questo caso il Governo ha giocato d’azzardo, anticipando l’entrata in vigore della disposizione che, non va dimenticato, la versione originaria della Legge di Stabilità legava invece, correttamente, alla preventiva necessaria autorizzazione da parte della Commissione.

Qui sono “in ballo” altri 998 milioni di euro ed è difficile pensare che una nuova eventuale bocciatura possa anche in questo caso non determinare l’attivazione della clausola di salvaguardia.

Sullo sfondo rimangono poi le misure con le quali la Legge di Stabilità ha determinato incrementi di tassazione con efficacia retroattiva, derogando “a piene mani” ai principi dello Statuto del Contribuente, misure anch’esse da considerare a “forte rischio”.

Insomma, la lezione che il Governo dovrebbe portare a casa dalle vicissitudini della Legge di Stabilità è che in campo tributario non si può improvvisare, perché le soluzioni estemporanee hanno le gambe corte … e il conto poi si paga con gli interessi.

Forse, piuttosto che concentrarsi solo sul marketing e gli annunci ad effetto, vale la pena investire un po’ “in buon senso” e possibilmente in un ufficio legislativo degno di questo nome.