14 Febbraio 2014

Siamo tutti un po’ Pinocchio

di Chicco Rossi Scarica in PDF

La generazione degli anni ’70, cresciuta a Furia, Goldrake e sognando le gemelle Polaskey, alla domanda “Chi è la fata Turchina?” probabilmente risponderebbe compatta: Gina Lollobrigida, gloria italica al pari della “ciociara” Sofia Loren, e protagonista dello sceneggiato televisivo “Le avventure di Pinocchio” diretto dal maestro Luigi Comencini.

Ma perché parliamo di fata Turchina, di Pinocchio e perché no degli indimenticabili Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, alias il Gatto e la Volpe?

Semplice oggi andiamo a Pistoia, ma prima come facciamo a non fare una capatina a Collodi, dove vi stabilì la residenza Carlo Lorenzini. Chi direte voi.

Semplice l’autore delle indistruttibili “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”, pubblicate da Paggi nel lontano 1883 e in seguito trasporto svariate in formato televisivo e cinematografico (ogni tanto Chicco Rossi si guarda la versione Walt Disney…).

Eh si, perché a ben vedere, Lorenzini, la cui madre era originaria di Collodi, si ispirò a questo paesino, una frazione di Pescia, in provincia di Pistoia, per narrare la storia di quello che viene portato come esempio a tutti i bambini.

A Collodi, si può andare a visitare il parco di Pinocchio, creato nel lontano 1956 e che a oggi può contare su più di 7 milioni di visitatori.

A mantenere in ordine il parco ci pensa la Fondazione Nazionale Carlo Collodi che ne è anche la proprietaria.

Ma Collodi non vuol dire solo Pinocchio, infatti, nella Biblioteca Collodiana è possibile visionare una raccolta catalogata di documenti collegati alla vita e all’opera di Carlo Collodi.

Forse non tutti sanno che di Lorenzini è “La grammatica di Giannettino per le scuole elementari”.

Ma Collodi paese è famosa anche per il giardino di Villa Garzoni dove, se il tempo lo consente, si può passeggiare in un giardino settecentesco di indubbio fascino e che rappresenta lo sfogo dell’omonima villa che ha ospitato personaggi illustri del calibro di Napoleone Bonaparte e re Vittorio Emanuele III.

Questa è l’Italia, museo a cielo aperto che troppo spesso si piange addosso e non si rimbocca le maniche.

Adempiuto ai doveri materni/paterni, si parte destinazione Pistoia, gioiello poco conosciuto (a torto) di quella Toscana culla rinascimentale che, tuttavia, ha picchi di eleganza medievale.

Si arriva la sera e diretti all’Osteria La Cantinetta che tanto ci ricorda Il Consorzio di Torino (ci andremo non agitatevi).

Si parte con gnudi, ravioli che, lo dice lo stesso nome, non hanno la sfoglia che li ricopre, ma sono solo ripieno. Per la ricetta niente da fare, ogni famiglia ha la sua.

Proseguiamo, vista l’esperienza passata (linkare…) con uno spettacolare peposo con polenta, accompagnato da erbe di campo ripassate in padella e chiudiamo con una selezione di formaggi, vero tallone d’Achille di Chicco.

Ad accompagnare il tutto, alla faccia della crisi e per andare sicuri, restiamo in regione e ci prendiamo un bel Tignanello di quel monumento del vino che risponde al nome di Piero Antinori.

Un classico toscano, sapiente mix di Sangiovese (80%), Cabernet Sauvignon (15%) e Cabernet Franc (5%), prodotto solo nelle migliori annate, di colore rosso rubino intenso, con aromi caratterizzati da una forte espressività varietale e ampie note di frutti rossi e lamponi.

In bocca equilibrato, fine, con tannini levigati, buona acidità, sapidità e note minerali. Il finale è lungo e persistente.

Il giorno dopo, sognando uno dei prossimi week end facendo il giro dei 4 passi, si può fare quello delle 4 chiese.

Partenza da piazza Duomo con visite, in primis alla Cattedrale di San Zeno (trait d’union con il viaggio che faremo il 28 febbraio) per proseguire con il palazzo Pretorio.

Proseguiamo per San Giovanni Fuorcivitas, per proseguire verso San Bartolomeo in Pantano che deve il suo nome dal luogo paludoso dove fu eretta. Curiosa la facciata a cinque archi sorretti da colonne e bordati da fasce di marmo dicrome. La facciata conserva ancora sculture di epoca romanica quali i leoni agli angoli e a sostegno dell’arco centrale. Tappa successiva è Sant’Andrea e a chiusura la basilica della Madonna dell’Umiltà, chiesa rinascimentale con la cupola del Vasari.

E di shopping compulsivo non se ne parla?

Una bella passeggiata per la Galleria Vittorio Emanuele, classico esempio di stile liberty e poi colpo di mano: destinazione monache benedettine e più precisamente la loro spezieria per acquistare la marmellata prodotta con le arance selvatiche dell’orto e il rosolio di china: ora et labora