9 Giugno 2015

Osservatorio, il concordato fallisce l’obiettivo

di Claudio Ceradini Scarica in PDF

Avevamo salutato con grande entusiasmo nel 2012 la riforma del concordato preventivo, certi che le novità introdotte da quell’11 settembre avrebbero potenziato le funzioni salvifiche di quella che tra le procedure concorsuali avrebbe dovuto diventare, appunto, la più funzionale a sostenere un serio piano di risanamento. La disciplina della prenotazione, delle prededuzioni, della continuità, dei finanziamenti in funzione, in esecuzione e cosiddetti ponte, tutto faceva ben sperare, pur dovendocisi immaginare un periodo di collaudo, forse anche di incertezza, che progressivamente avrebbe però lasciato il campo ad un sempre più diffuso utilizzo.

E invece niente, non funziona.

Il rapporto Cerved appena pubblicato (Osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di imprese – Giugno 2015) relativo al primo trimestre 2015 è impietoso sotto questo profilo, pur tracciando un quadro che complessivamente lascia trasparire un filo di luce sull’andamento dei default in generale. Il concordato preventivo non sfonda, non funziona come dovrebbe e potrebbe.

Tra il mese di gennaio e marzo 2015 ventunomila società hanno chiuso i battenti, semplicemente liquidando, o adottando una delle procedure concorsuali. Il 3,5% in meno rispetto allo scorso medesimo periodo, che è bene, specie perchè ne beneficia largamente il settore costruzioni, di gran lunga il più colpito per non dire martoriato dalla crisi, e l’industria.

Per la prima volta dopo dieci trimestri consecutivi di aumento dei fallimenti, i dati evidenziano un calo, rispetto al primo trimestre 2014. Il 2,8% in meno per l’esattezza. Falliscono meno soprattutto le società di persone e le cosiddette “altre forme di esercizio di impresa”. Le società di capitali sono sostanzialmente stabili (-0,9%). Nell’industria continuano a soffrire il sistema casa, i prodotti di largo consumo e la chimica, inoltre, permane la crisi della distribuzione e dei servizi, ed anche delle utilities. Gli altri settori, industriali e non, segnano un miglioramento, con in testa la moda, la meccanica ed i mezzi di trasporto. Tradisce il mitico Nord-Est, tra le zone meno interessate dal miglioramento. Si fallisce meno al Nord-Ovest, al Sud e nelle Isole, il centro rimane costante mentre aumentano del 5% i fallimenti dalle mie parti. Dettagli a parte, è forse il segno del trend che si inverte, qui al Nord-Est saremo un po’ in ritardo ma ci affiancheremo presto, ne sono sicuro.

Ma veniamo al punto dolens, la situazione dei concordati. Già volendo considerare i dati aggregati degli ultimi tre anni, dal 2012 al 2014, la riflessione si impone. Primo, la enorme prevalenza di procedure fallimentari rispetto ai concordati insegna che nella gestione precoce della crisi molto abbiamo da imparare. In un paese in cui siamo tutti CT e quasi tutti imprenditori (5,3 milioni di imprese attive, di cui meno di 30mila, lo 0,5%, sono società di capitali non piccole), la cultura manageriale che consente di riconoscere con oggettività le difficoltà e l’emergere della crisi dovrebbe essere forse più diffusa. Se così fosse avremmo probabilmente ed in ogni caso, indipendentemente dalle modifiche del 2012, meno fallimenti e più concordati. Ma, e va detto, anche lo strumento fino al 2012 era zoppo, di natura sostanzialmente liquidatoria. Gli ottimisti, tra i quali mi riconosco, erano convinti che le novità avrebbero portato ad un utilizzo consapevole e professionale del nuovo concordato, così arricchito e potenziato. Purtroppo l’incremento dei concordati, che da un misero 8,4% sul totale procedure attivate nel 2012 passa al 13,9% nel 2013, è in certa misura falsato dall’ormai noto fenomeno, che fino al giugno 2013 è perdurato, dell’abuso troppo generalizzato della prenotazione, senza costrutto, ai soli fini dilatori. Ma non era solo questo, l’evoluzione dello strumento e del suo utilizzo erano evidenti.

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Purtroppo però il periodo di cosiddetto collaudo, è diventato sempre più problematico. Le incertezze invece che risolversi progressivamente sono sempre aumentate, e le condizioni di lavoro per i professionisti che di questo si occupano sono divenute sempre più precarie, in ragione anche del variegato e ondivago orientamento che su troppe questioni i tribunali hanno assunto, spesso e volentieri scarsamente coordinati oltre che tra loro anche con l’orientamento di legittimità, condivisibile o meno che fosse.

Ed il trend nel 2015 non migliora, anzi peggiora.

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Nei primi tre mesi del 2015 si è avuto un calo del 25%, che se analizzato rispetto all’andamento 2014 in cui si è realizzato un calo annuo del 21% (anche se nel primo trimestre i concordati erano aumentati dell’8%), porta ad immaginare un tracollo dell’istituto nel corso del 2015, che invece che affermarsi sta naufragando. È tutt’altro che remota l’ipotesi che regredisca ad un livello inferiore rispetto a quello antecedente la riforma che avrebbe dovuto rilanciarlo.

A questo punto ognuno, e intendo proprio tutti, dagli imprenditori, ai giudici, ai professionisti, alle banche, fino al legislatore, devono interrogarsi, perchè dall’insuccesso del concordato nessuno trae vantaggio. I professionisti si chiedano se talvolta non hanno concorso a generare la sensazione di utilizzare i concordati per scaricare i loro compensi, a volte sontuosi, sui creditori, assorbendo parte troppo cospicua di attivo; i giudici sappiano distinguere chi correttamente lavora da chi se approfitta, ammettendo i primi in prededuzione, senza tentennamenti, ed escludendo i secondi. L’imprenditore sia tempestivo, non viva nelle illusioni di un domani salvifico solo perchè è domani, e reagisca tempestivamente alle difficoltà; le banche tornino a fare le banche, e come tutti quelli che fanno impresa si adeguino al loro mercato che cambia e creino prodotti anche per i soggetti in crisi; il legislatore prenda atto dei problemi, delle numerose questioni sul tavolo che non trovano soluzione, e provveda a fare chiarezza. Onestamente la nomina della Commissione di Esperti presso il Ministero di Giustizia dello scorso 28 gennaio evidenzia una prontezza e un desiderio del legislatore di comprendere i problemi e risolverli che non possono che essere apprezzati.

L’ultimo Rapporto PMI 2014 del Cerved evidenzia un dato: delle società che ricorrono al concordato e sopravvivono, il 30% circa è sul mercato dopo un anno, solo il 19% dopo due, e solo il 13,6% dopo tre. Allora non è solo un problema giuridico, giurisprudenziale o di approccio professionale. A ben voler guardare, è il sistema nel suo complesso che deve volere i concordati e saperli gestire ed utilizzare, tutti compresi.

E noi siamo sempre ottimisti.