23 Settembre 2013

Il redditometro alla resa dei conti

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF

Il sondaggio della settimana passata ha raccolto il giudizio dei nostri Lettori sul nuovo redditometro; i risultati non sono del tutto trancianti, anche se può essere notata una predominanza di giudizi positivi in merito alla direzione intrapresa dalle Entrate, sia pure con numerose censure in merito ai metodi o alla reale efficacia dello strumento.

Nel dettaglio, questi i numeri: il 6% ritiene assolutamente “giusto” il redditometro, il 20% lo valuta come strumento di aiuto – ma non risolutivo – alla lotta all’evasione, il 43% ne condivide la logica di fondo ma non l’applicazione pratica, mentre il 31% lo ritiene uno strumento invasivo ed inaccettabile.

Un primo dato da osservare è che il 63% dei lettori sostanzialmente valuta positivamente il cambio di rotta rispetto al passato, pur ritenendo migliorabile l’applicazione pratica.

L’informazione appare utile per ribadire che il sistema tributario italiano manca, forse, di una fase (presente invece in altri paesi) che potrebbe contribuire a superare i fastidiosi momenti di stallo che si traducono, in modo non condivisibile, in un aggravio delle cause discusse dinnanzi alle Commissioni tributarie. Infatti, se molti lettori condividono la strategia di fondo, probabilmente sarebbe stato sufficiente attivare, per tempo, una reale fase sperimentale di condivisione ragionata (volendo usare un termine di moda, un “tavolo tecnico”) dello strumento, al fine di perfezionare i tecnicismi e correggere alcune storture, ottenendo un risultato certamente migliore.

Invece, se sono vere le notizie che ci riportano i colleghi chiamati a partecipare alle riunioni periodiche di confronto (come abbiamo modo di ritenere), la discussione appare sempre sterile, non costruttiva e si traduce, in molti casi, in un semplice recepimento di decisioni già assunte; per non parlare, poi, del fatto che, spesso, i provvedimenti adottati divergono diametralmente rispetto alle indicazioni discusse. E’, dunque, una questione di metodo, di atteggiamento talvolta supponente (o forse necessitato) dell’Amministrazione che non si presta ad una fattiva fase di collaborazione e di confronto. Insomma, se lo strumento “deve” raggiungere determinati obiettivi, non vale la pena di discutere, in quanto le obiezioni, anche fondate, che determinano una divergenza rispetto ai risultati attesi, saranno “ovviamente” scartate.

Tale impostazione crea un rammarico tra coloro che, condividendo sostanzialmente l’assunto della spese sostenute = reddito, avrebbero meglio accettato e, riteniamo, diffuso tra i propri clienti la cultura della necessità di dichiarare un reddito adeguato alle spese. Ed allora, il suggerimento ragionato sarebbe certamente stato quello dell’abbandono di tutti quei rivoli relativi alle spese medie ISTAT, alle spese stimate a fronte di elementi certi e, soprattutto, alla necessità di ricostruzione delle movimentazioni finanziarie e dei risparmi pregressi correlandoli con le spese sostenute. La logica vuole (tranne casi eclatanti) che se il reddito (o la disponibilità finanziaria) esiste, va ritenuta corretta la posizione, anche in mancanza di una precisa correlazione nelle movimentazioni finanziarie. I privati, infatti, non sono tenuti all’obbligo di tenuta di registrazioni contabili e sovente spendono (o, meglio dire, spendevano) sulla base di pulsioni o di sole previsioni di introiti.

Non mancano, tuttavia, gli irriducibili contrari allo strumento (31%), coloro i quali ritengono (in modo pienamente legittimo, si intenda!) che l’analisi del Fisco sia invasiva ed inaccettabile, sorretti dalle pronunce di quella giurisprudenza che ritiene lesivo della privacy il censimento dei dati di spesa dei vari contribuenti. Al riguardo, ci sovvengono tre considerazioni: la prima riguarda il fatto che se la spesa è stata sostenuta (e non importa a che titolo), è ragionevole presumere che i fondi utilizzati da qualche parte saranno pur giunti; la seconda è di natura più generale, relativa cioè alla circostanza che molti dei dati utilizzati sono censiti dal Fisco in virtù di specifiche norme di legge, con la conseguenza che sarà difficoltoso sostenere che i dati siano stati reperiti solo e soltanto ai fini dell’accertamento sintetico/redditometrico; l’ultima è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti, e cioè il fatto che i redditi dichiarati dagli italiani sono in molti casi, per utilizzare un eufemismo, “sottostimati”.

Se, effettivamente, esistono posizioni insostenibili, il Fisco le esponga e dimostri che le persegue, accantonando le casistiche di minimo scostamento, ove uno strumento che contiene anche ricostruzioni induttive potrebbe prestare il fianco a critiche di mancanza di precisione. Se così fosse, nessuno potrà gridare allo scandalo, in quanto il redditometro, di fatto, svolgerà la funzione prevalente di strumento di orientamento dei controlli e non di accertamento.

Archiviamo, dunque, anche questo sondaggio con una considerazione generale: non vi è uno scollamento pieno tra amministrazione e contribuente, ma solamente un lamentato difetto di coordinamento preventivo che potrebbe, con un minimo sforzo, essere superato. Ma il “salto del fosso” non si riesce a fare solo con i proclami di trasparenza, essendo invece necessaria una fase di fattiva collaborazione tra gli operatori del settore e, soprattutto, un comportamento allineato degli uffici periferici che, spesso, deviano rispetto alle direttive centrali.

L’Agenzia ha di fronte a sé un’occasione “storica”: rendere credibile l’utilizzo dell’accertamento sintetico, e quindi “accettato” dall’opinione pubblica, oppure concentrarsi soltanto sul gettito “a tutti i costi”. Nelle prossime settimane vedremo quale sarà l’orientamento che prevarrà.

Il nuovo sondaggio della settimana è dedicato ad Equitalia: anche in questo caso siamo curiosi di sapere come la pensiate.