27 Ottobre 2014

Il diritto e i diritti calpestati

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF
Si fa presto a dire che serve un ”
patto fra cittadini e Stato” e un fisco ”
che non incida nella vita di un’azienda e di un cittadino“, come ha affermato il
direttore dell’Agenzia Orlandi in occasione della
convention della Leopolda, riprendendo argomentazioni care al Presidente del Consiglio.
Ma purtroppo
gli slogan non bastano, servono azioni concrete e coerenti, serve ridare credibilità ad uno Stato che sul versante tributario questa credibilità l’ha persa da tempo, sia a livello legislativo che amministrativo.
Purtroppo, un Governo che per molti aspetti è effettivamente di rottura rispetto al passato, su questo aspetto si presenta invece in continuità rispetto a tutti quelli che l’hanno preceduto,
“calpestando” con leggerezza i diritti fondamentali dei contribuenti, sanciti dallo Statuto, ma talmente lapalissiani da rappresentare semplicemente espressione del “buon senso” comune: e allora nella
legge di Stabilità trovano spazio numerose disposizioni che incrementano l’imposizione
in modo retroattivo, a partire dal 1° gennaio 2014.
Per gli
enti non commerciali, innanzitutto.
Viene previsto l’
incremento dal 5% al 77,74% della quota imponibile dei dividendi percepiti da questi soggetti, che però, in deroga all’articolo 3 dello Statuto dei diritti del contribuente che stabilisce che le «
disposizioni tributarie non hanno effetto retroattivo», sarà applicabile con riferimento alle
distribuzioni di utili effettuate dal 1° gennaio 2014.
L’imposta che quindi fondazioni bancarie e trust
in primis dovranno versare, assieme a tutti gli altri enti non commerciali, passerà dall’1,375% (ossia il 27,5% del 5%) al
21,38% (ossia il 27,5% del 77,74%) del dividendo percepito.
Con l’intervento in questione, il legislatore ha sostanzialmente dato attuazione alla disposizione prevista nella
legge delega 80 del 2003, che prevedeva l’inclusione degli enti non commerciali fra i soggetti passivi dell’Ire (imposta sul reddito), assieme alle persone fisiche, senza però applicare il criterio della progressività dell’imposizione.
Considerato che
sono passati 11 anni nel frattempo, non c’è alcuna plausibile giustificazione, se non la volontà di portare a casa costi quel che costi un
maggior gettito, per dare alla modifica
valenza retroattiva.
Anche sul versante
Irap, la sorpresa non è stata piacevole.
Da un lato c’è finalmente la
deduzione del costo del lavoro dal valore della produzione netta, auspicata da anni dalle imprese, che troverà però applicazione
soltanto dal 2015, dall’altro l’aliquota viene
riportata al 3,9%, con effetto retroattivo al 1° gennaio 2014.
Stesso discorso varrà per l’incremento della tassazione dei
proventi percepiti dai fondi pensione, che passa
dall’11,5% al 20%, con valenza anche in questo caso dal 1° gennaio 2014 (anche se verranno considerati i riscatti avvenuti nell’anno, per i quali varrà quanto già versato).
Insomma, sull’altare di una legge di Stabilità definita “innovativa”,
viene sacrificato un principio che dovrebbe essere “sacro” e non negoziabile: il divieto di introdurre maggiori imposte con efficacia retroattiva, modificando le regole del gioco in corsa.
Se quindi
Renzi e Orlandi credono sinceramente nella necessità di un cambiamento nei
travagliati rapporti tra Fisco e contribuenti è davvero il caso di intervenire per fare in modo che questi inaccettabili provvedimenti vengano “stralciati”:
il Governo può imporre qualsiasi misura, ma mai con efficacia per il passato, pena la definitiva perdita di credibilità del sistema.
Altrimenti sentire parlare di “patto fra cittadini e Stato” non può che suonare come una beffa.