1 Febbraio 2016

Il de profundis per gli studi di settore

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF

Per una curiosa coincidenza (e, nel contempo, per un difetto di coordinamento) venerdì ci sono stati due annunci relativi agli studi di settore di tenore ben diverso fra loro.

L’Agenzia delle Entrate ha rilasciato un comunicato stampa dall’enfatico titolo Studi di settore, debutto sprint per i nuovi modelli”, nel quale ha annunciato che i modelli da utilizzare per la comunicazione dei dati sono stati approvati definitivamente con quattro mesi di anticipo rispetto allo scorso anno.

51 studi per il settore delle manifatture, 60 per i servizi, 24 per i professionisti, 69 per il commercio: questi i consueti numeri monstre dei modelli degli studi di settore in Unico 2016.

Lo stesso giorno, però, il Viceministro dell’Economia Casero, con un’enfasi non inferiore, ma indirizzata in senso apparentemente contrario, ha individuato gli studi di settore come uno degli ambiti principali nel quale agire per semplificare gli adempimenti fiscali: “Durante l’anno interverremo subito su tutti gli studi di settore. Sono uno strumento che deve essere rivisto e in particolare per i professionisti, che hanno una contabilità di cassa, c’è la necessità di intervenire in un solo modo: abolendoli”.

Come le due posizioni possano essere conciliate, non solo per il periodo di imposta 2015, ma anche per quelli precedenti oggetto di accertamento, è cosa misteriosa.

Se, da un lato, fa piacere sentire dal Viceministro, cui il Governo ha affidato le “chiavi” della gestione della delicata macchina fiscale, un’affermazione così tranciante sull’impossibilità di applicare gli studi di settore per i professionisti, dall’altro appare surreale che lo stesso giorno vengano rilasciati 24 modelli per la comunicazione dei dati ad essi dedicati.

Da quando gli studi di settore sono stati introdotti nel nostro ordinamento, tutti abbiamo sostenuto il fatto che la determinazione del reddito professionale con il criterio di cassa fosse, in modo del tutto evidente, incompatibile con uno strumento che ambiva a fotografare “situazioni di normalità” nello svolgimento delle attività economiche da parte dei contribuenti.

La “ragion di Stato” ha però prevalso e la logica è stata accantonata per alimentare uno strumento sul quale, per lunghi anni, politica e amministrazione finanziaria hanno fatto un (quasi) cieco affidamento nella speranza che potesse essere la panacea per risolvere il problema dell’evasione fiscale.

E’ quindi da accogliere con soddisfazione il brusco revirement del Governo, ma questo non può non avere conseguenze immediate: se criterio di cassa e studi di settore non possono “convivere”, come giustamente ha affermato Casero, che ha individuato come unica soluzione possibile la loro abolizione, è necessario che l’Agenzia ne prenda immediatamente atto, anche in relazione ai contenziosi già in essere.

Questo, quanto meno, in relazione a tutti quegli accertamenti che poggiano sulle risultanze degli studi, supportate da presunti elementi di antieconomicità.

Il Viceministro non si è però limitato ad annunciare la soppressione degli studi per i professionisti, evidenziando come il problema della loro applicazione sia più ampio, di portata generale.

Sono uno strumento che deve essere rivisto” – ha affermato – e quindi, nel frattempo, credo che sarebbe opportuno che gli Uffici li utilizzino con grande moderazione, nei casi effettivamente eclatanti e quando vi è un quadro probatorio già sufficientemente delineato.

E’ già aperto il cantiere per la semplificazione”, ha annunciato l’Agenzia nel suo comunicato stampa, con lo stop all’obbligo di presentazione per il 2015 dei modelli INE e della comunicazione dei dati per i contribuenti che hanno cessato l’attività nel corso del periodo d’imposta o che si trovano in liquidazione ordinaria.

Per quest’anno è andata così, ma adesso, sentite le parole del Viceministro, ci attendiamo semplificazioni di portata ben maggiore.