2 Maggio 2016

Dalle parole ai fatti

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF

Nella circolare 16/E del 28 aprile, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha delineato gli indirizzi operativi che dovranno guidare l’attività di prevenzione e contrasto all’evasione da parte degli Uffici nel corso del 2016.

Il documento di prassi, che si compone di 35 pagine, contiene una serie di affermazioni e di ragionamenti largamente condivisibili.

È un dato incontrovertibile il fatto che l’evasione fiscale sia un “grave problema per il Paese, toglie risorse importanti, altera la libera concorrenza e distorce le scelte economiche, creando inefficienze nel mercato e situazione di non equità”.

E’ altresì apprezzabile la circostanza che venga dichiarata la consapevolezza che nei rapporti fisco-contribuente sia necessario un “cambio di passo” e che è importante che “i cittadini percepiscano la correttezza e la proporzionalità dell’azione”, “evitando di disperdere energie in contestazioni di natura essenzialmente formale o di esiguo ammontare che, oltre a creare inefficienze, determinano una percezione errata dell’operato dell’Agenzia”.

Il problema è che, purtroppo, continua ad esserci un evidente scollamento tra quanto si dichiara nei documenti di indirizzo (e che magari, sinceramente, si vorrebbe attuare) e ciò che conta veramente, vale a dire quella che è l’azione nel concreto dell’Amministrazione finanziaria.

I problemi nascono già a livello centrale e sono a noi tutti evidenti.

Documenti di prassi di fondamentale importanza emanati spesso con notevole ritardo, proroghe di adempimenti decise sempre all’ultimo minuto, visioni “distorte” (in taluni casi) della realtà delle cose offerte all’opinione pubblica (come è stato per gli studi di settore, un tempo considerati “infallibili”, come è oggi per la dichiarazione precompilata che, al momento, lo è soltanto nel nome), un atteggiamento spesso “bulimico” nell’imposizione di nuovi adempimenti per l’acquisizione di dati che poi non vengono utilizzati o comunque hanno una valenza in ogni caso limitata.

Ma se si passa dal livello centrale a quello periferico, i problemi naturalmente “esplodono”: emerge l’afflato “federalista” che c’è nell’animo italico (nel senso che ognuno fa un po’ quello che vuole), acuito dal fatto che sulla scena del contrasto all’evasione si muovono diversi (verrebbe da dire troppi) soggetti. La necessità di coordinamento per garantire un’omogeneità nei comportamenti non riguarda quindi solo l’Agenzia al suo interno, ma anche la Guardia di Finanza, così come attori “minori” (come ad esempio la SIAE, impegnata nel recupero dell’IVA nel settore dell’associazionismo, o i Comuni, anch’essi “arruolati” nella guerra per il recupero del gettito, al di là di quanto fanno nell’ambito proprio che dovrebbe essere esclusivamente quello dei tributi locali).

Qui le distorsioni sono molte ed evidenti, ed è probabilmente naturale che (in parte) vi siano: quello che colpisce è che il sistema, nella maggior parte dei casi, non sia in grado di produrre gli anticorpi necessari per risolvere il “problema” nel caso specifico e, “dando l’esempio”, fare nel contempo in modo che questo non abbia più a ripetersi.

Credo che a ciascuno di noi, in relazione a questo aspetto, vengano repentinamente in mente una moltitudine di situazioni che ci sono capitate o che abbiamo appreso da Colleghi.

Mi limito a fare un paio di esempi per spiegare perché faccio fatica ancora a vedere, se non in alcuni casi in cui la lungimiranza del singolo prevale sulle abitudini del sistema, quella “positiva evoluzione del rapporto fisco-contribuente, che deve essere sempre di più basato sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla semplificazione” di cui parla la circolare.

Come si può valutare, ad esempio, il comportamento dell’Agenzia che, sconfitta in primo e secondo grado, decide di ricorrere in Cassazione (si veda la sentenza n. 25902 del 23 dicembre 2015) per “difendere” un avviso accertamento basato sugli studi di settore “adottato senza tener conto delle motivazioni riportate nel contraddittorio, sebbene quelli indicati dalla parte fossero motivi facilmente verificabili dall’ufficio” e con uno scostamento tra ricavi dichiarati e ricavi accertati del 6,4% (!).

Errare è umano, ma perseverare è diabolico: in un caso del genere, che non è certo, ahimé, “eccezionale”, è sbagliato dire che nulla di ciò che “predica” la circolare è stato attuato concretamente a nessuno dei livelli dell’Agenzia che ha gestito la pratica, dall’avvio della stessa con il contraddittorio fino allo “scontato” epilogo, molti anni dopo, in Cassazione?

O quando verifiche “improponibili” vengono portate avanti – magari con la solidarietà nei confronti del contribuente espressa “verbalmente” dal funzionario incaricato -, perché l’Ufficio che accerta non riesce quasi mai a sentirsi veramente “terzo” rispetto a coloro i quali hanno condotto la verifica (siano essi appartenenti all’Agenzia o alla GdF)?

Le dichiarazioni di principio non bastano più, servono fatti concreti, e l’attuazione “vera” di un principio basilare: chi sbaglia deve pagare, ma questo non può continuare a valere solo per i contribuenti e per i loro consulenti.

Sarebbe necessario anche “rivitalizzare” con urgenza il ruolo dei Garanti del Contribuente.

Certo, se poi si legge nella relazione annuale sull’attività svolta nel 2014 – e presentata al Parlamento dal Ministro Padoan -, che gli Uffici “spesso avviano le procedure su intervento del Garante, dando, però l’impressione di aver attivato solo formalmente le procedure di autotutela, ma di confermare, in sostanza, i provvedimenti già adottati, senza svolgere una sostanziale riconsiderazione, in fatto e in diritto, e con una sostanziale equità”, viene da pensare che il sistema gli anticorpi non sarà mai in grado di produrli in natura, ma solo in laboratorio: ossia in documenti di prassi destinati a rimanere, nella maggior parte di casi, lettera morta.