14 Luglio 2014

Bonus investimenti: quando non si impara dagli errori passati

di Sergio Pellegrino Scarica in PDF

 

Con l’art.18 del D.L. 91/2014, il c.d. decreto crescita, il legislatore ha introdotto una importante e attesa misura per favorire gli investimenti da parte delle imprese, riconoscendo un credito d’imposta a favore di quelle che realizzano investimenti in beni strumentali nel periodo compreso tra il 25 giugno 2014 e il 30 giugno 2015.

Il meccanismo che regola l’agevolazione non è sicuramente innovativo, attese le numerose disposizioni di carattere simile che hanno preceduto questo ultim’intervento, ma ciononostante non si è fatto tesoro delle esperienze precedenti, ripetendo errori concettuali che rendono la disposizione di non sempre facile applicazione e amplificano le possibilità di contestazioni da parte dell’amministrazione finanziaria.

Tutto ciò contrasta, evidentemente, con il buon senso. Un legislatore che voglia favorire gli investimenti delle imprese in modo concreto, con l’obiettivo dichiarato di rilanciare in questo modo l’economia, dovrebbe scrivere invece una disposizione di semplice lettura, preoccupandosi unicamente di introdurre un meccanismo antielusivo che possa rappresentare un efficace contrasto a comportamenti “furbeschi”.

Invece si parte male già dalla definizione dell’ambito oggettivo, che premia soltanto gli investimenti in cespiti compresi nella divisione 28 della tabella Ateco 2007.

Mi si potrebbe eccepire che una scelta del genere era già stata fatta con la precedente agevolazione proposta dal D.L. 78/2009, la c.d. Tremonti-ter, e che quindi le imprese si sono già cimentate in valutazioni di questo tipo. Effettivamente è stato così e proprio le difficoltà riscontrate nell’applicazione di quella misura, che oggi si concretizzano in contestazioni da parte degli uffici, avrebbero dovuto suggerire al legislatore una soluzione diversa.

Nella divisione 28 rientrano, in linea generale, macchinari e apparecchiature che intervengono meccanicamente o termicamente sui materiali o sui processi di lavorazione, ma è espressione pur sempre di una classificazione fatta a fini statistici, che mal si concilia con un contesto nel quale invece si ragiona sul riconoscimento o meno di incentivi agli investimenti.

Riproponendo pari pari quanto a suo tempo avevamo scritto commentando la Tremonti-ter, sarà piuttosto arduo spiegare ai nostri clienti perché debba essere agevolato l’acquisto di una macchina da scrivere (ma le fanno ancora?) e non quello di un computer, perché vadano bene gli apparecchi per centri di bellezza (!) e non le attrezzature medicali di diagnosi e cura, e così via.

Sarebbe stato decisamente più opportuno invece, come tra l’altro era avvenuto in occasione di precedenti agevolazioni, riconoscere l’incentivo in relazione a tutti i cespiti, escludendone magari alcune tipologie, immobili e auto in primis, in via normativa.

In questo modo si sarebbero evitate anche quelle interpretazioni “creative” formulate dall’Agenzia, che nella circolare 44/E/2009 aveva (opportunamente per le imprese) affermato che potevano rientrare nell’agevolazione anche beni inseriti in voci diverse, a condizione che rappresentino parti indispensabili al funzionamento di cespiti della divisione 28 e ne costituiscano normale dotazione: concetto forse facile a dirsi o scriversi (ad onor del vero neppure tanto), ma foriero di sicuri contrasti in caso di un’eventuale verifica.

C’è molto da dire anche sul meccanismo di calcolo dell’incentivo.

La scelta fatta, anche in questo caso non nuova, è stata quella di “premiare” soltanto gli investimenti realizzati nel periodo oggetto dell’agevolazione in misura eccedente rispetto alla media dei cinque esercizi precedenti, “scartando” quello con importo più elevato.

Due le critiche più evidenti da muovere.

La prima è correlata alla definizione dell’ambito oggettivo di cui si è appena detto: la scelta di limitare l’agevolazione ai beni compresi nella divisione 28 impone una “ricostruzione” degli investimenti rientranti in questa categoria effettuati nel quinquennio precedente, che appesantisce i calcoli di convenienza delle imprese così come i futuri controlli dell’amministrazione

La seconda è che se si vuole stimolare un rilancio dell’economia, in una situazione così difficile dal punto di vista finanziario, sarebbe stato più saggio incentivare gli investimenti in termini assoluti, anche per evitare di penalizzare le imprese che in questi anni di enormi difficoltà hanno comunque continuato coraggiosamente ad investire.

Tutto molto ovvio, quasi banale, verrebbe da dire. Ma evidentemente l’Italia non è ancora il Paese delle cose semplici.