28 Aprile 2014

Alla fine gli 80 euro in più al mese ai dipendenti sono arrivati

di Giovanni ValcarenghiSergio Pellegrino Scarica in PDF

Alla fine gli 80 euro in più al mese ai dipendenti sono arrivati, nonostante lo scetticismo di molti e la richiesta da parte di alcune forze politiche al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto legge denominato spending review, privo, secondo loro, della copertura finanziaria necessaria. Che il punto preoccupasse anche il Quirinale è emerso comunque dal colloquio richiesto dal Capo dello Stato al Ministro Padoan, ma poi la firma è arrivata.

Il Governo ha puntato molto su questa misura, tant’è che, con un ottimismo forse “esagerato”, l’ha inserita nell’articolo 1 del decreto, rubricato “Rilancio dell’economia attraverso la riduzione del cuneo fiscale”.

A partire dal prossimo mese di maggio i lavoratori si ritroveranno quindi in busta paga un “bonus”, che non incide in alcun modo sull’Irpef, ma è legato unicamente al reddito complessivo per stabilirne la spettanza: l’importo verrà detratto dalle ritenute future operate dai sostituti d’imposta o, se insufficienti, dai contributi dai contributi previdenziali dovuti.

Il bonus spetterà ai lavoratori dipendenti e assimilati, purché con redditi superiori a 8.145 euro su base annua (sono quindi esclusi i c.d. incapienti, ossia i contribuenti con imposta lorda Irpef minore o uguale alla sola detrazione da lavoro). Rimangono, almeno per il momento, al di fuori di ogni beneficio lavoratori autonomi e pensionati.

L’ammontare che spetterà per l’anno 2014, e quindi parametrato sui 7 mesi che residuano, è pari a 640 euro per i redditi compresi tra 8.145 euro e 24 mila euro (interessa circa 10 milioni di contribuenti); oltre questa soglia, decresce in modo lineare fino ad azzerarsi a 26 mila euro di reddito.

La scelta di riconoscere un importo “fisso” a prescindere dal reddito complessivo del contribuente, ovviamente purché nell’intervallo indicato, è stata criticata perché ritenuta da alcuni non equa, ma chiaramente l’elemento più critico è legato all’esclusione degli incapienti, motivato dalla mancanza di risorse sufficienti per finanziare la misura. Quest’aspetto crea effettivamente iniquità, considerato che, paradossalmente, un dipendente con un reddito pari a 8.145 euro non avrà alcun beneficio, mentre un altro con un reddito maggiore di un solo euro godrà dell’intera agevolazione.

A livello di conti pubblici, il sacrificio è significativo – circa 7 miliardi -, che diventeranno 10 nel 2015, interessando tutto l’anno solare (13 se dovesse essere esteso agli incapienti).

La soluzione scelta dal Governo ha comunque natura temporanea, atteso che è previsto un intervento “strutturale” da realizzare con la Legge di stabilità per il 2015: vi è la consapevolezza che soltanto un beneficio percepito come “duraturo” possa incidere effettivamente positivamente sui consumi.

Qualcosa sicuramente dovrà essere rivisto nel meccanismo, considerato che alla luce delle scelte effettuate, ad esempio, superare i 24 mila euro di reddito diventa “controproducente” a causa del ridimensionamento/annullamento del bonus. C’è poi il problema del trattamento indifferenziato riservato a tutti i contribuenti, indipendentemente dal nucleo familiare: per il single o per il padre con cinque figli a carico il beneficio è lo stesso (e infatti già si torna a parlare di quoziente familiare).

Insomma, luci ed ombre come è normale che sia per una misura presa con carattere d’urgenza ed in una situazione di grande difficoltà.

Che l’intervento in questione non possa avere effetti taumaturgici ai fini di un rilancio dell’economia ne è comunque consapevole anche lo stesso Governo, che ha ricollegato ad esso un effetto sul PIL tutto sommato modesto, con un incremento dello 0,1% per quest’anno e dello 0,3% per il prossimo; che però possa avere un effetto benefico sul morale “depresso” degli italiani è altrettanto vero, atteso che finalmente una promessa fatta è stata effettivamente mantenuta.